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un margine di voti a

sovrapponeva alla distribuzione nel territorio di una serie di caratteristiche socioeconomiche Bagnasco 1977. Ancora quasi al tramonto della Prima Repubblica, una puntuale ricostruzione empirica del voto degli italiani condotta al livello disaggregato Cartocci 1985 confermava simili conclusioni, sia pure mettendo già allora in evidenza l’erosione di alcune significative aree di dominio subculturale e la tendenza verso lo «sfumarsi» di alcuni confini, dovuta alla penetrazione di modelli misti di orientamento di voto e a forme inedite di competizione in cui i partiti storici, detentori del consenso subculturale, venivano sfidati da vecchi e nuovi concorrenti.
Più avanti, con la trasformazione complessiva del sistema partitico e soprat-tutto con l’emergere, in tutta la sua evidenza, di una questione settentrionale
- ovvero il disagio e il sentimento anticentralistico riscontrato in alcune aree soprattutto del Nord-Est, che motivava un’ulteriore segmentazione partitica e quindi il consenso a un partito per certi versi «antisistema» come la Lega - gli studiosi hanno dovuto correggere l’analisi e spiegare una dinamica ben più movimentata. Qualcuno ha parlato di dissoluzione dell’area bianca Diamanti 2009 che oggi è divisa tra piccole zone verdi (le enclave nelle aree pedemon¬tane del Nord-Est dove un forte sostegno per la Lega Nord si è stabilizzato da almeno quindici anni) alternate alle fasce urbane dove è Forza Italia il partito erede del patrimonio di voti democristiani.
Vale la pena sottolineare quanto diversi siano i legami con l’elettorato costruiti, anche nelle aree di maggior consenso, da un partito come Forza Italia: esso rimane un «partito senza territorio», per la sua natura personalistica e per l’assenza, fin dall’inizio della sua storia, di una solida organizzazione territoriale Poli 2001, Per questo Forza Italia tende a sostituire la De senza diventare un partito con legami subculturali così forti, ma guadagnando ugualmente percentuali elevatissime di voti, non solo nelle province che furono «bianche» ma anche nelle aree neutrali.
Tuttavia, la maggiore frammentazione occorsa nella Seconda Repubblica e i limiti organizzativi di Forza Italia hanno permesso anche alle altre due forze significative del centro-destra di ottenere buone e stabili performances in spe-cifiche aree, soprattutto nel Centro-Sud. Più esattamente, An è relativamente forte in Puglia, Campania e Calabria, mentre il piccolo partito postdemocri-stiano dell’Udc ottiene molti consensi soprattutto in Sicilia.
Per quanto concerne l’«area rossa», l’eredità comunista si è divisa innanzitutto tra i due diretti eredi del vecchio partito di Togliatti e Berlinguer: il PdsDs e Rifondazione comunista hanno infatti dominato la scena dopo il 1992 in tutte e quattro le regioni centrali, contando su un livello di mobilitazione elevato, che si riscontra ancora guardando alla concentrazione di iscritti e alla persistenza di strutture partitiche territoriali e a una sito «capacità organizzativa» che ricorda i partiti di integrazione di massa del passato. Tuttavia, una parte del patrimonio storico dei voti della sinistra è andata ad altre formazioni, dai partiti «alternativi» alla sinistra tradizionale (verdi, radicali) fino a formazioni nuove come l’Italia dei valori di Antonio Di Pietro.
3.3. Una mappa a più colori
Sul piano generale, la mappa politica della Seconda Repubblica (fig. 4.5) appare significativamente più complessa rispetto a quella che aveva rispecchiato il lungo periodo precedente. Inoltre, i confini tra le varie aree appaiono oggi assai più sfumati e mobili, a causa dell’emergere di gruppi di elettorato - piccoli ma decisivi in molte regioni - disposti a cambiare orientamento politico o ad alternare il sostegno attivo all’astensionismo.
Nonostante ciò, la spiegazione in chiave di sedimentazione storica delle subculture politiche del voto degli italiani è ancora un argomento forte nell’interpretazione complessiva dei comportamenti politici e in generale


fig. 4.5. Mappa politica.
Nota: La mappa è basata sulla distanza tra centro-destra e centro-sinistra nel voto alla Camera del 2008. Fonte: Elaborazione www.demos.it. Si ringrazia Ilvo Diamanti per aver reso la mappa disponibile.
nello studio del sistema politico italiano. Soprattutto, appare ancora cru¬ciale il nesso tra orientamenti politici e cristallizzazione di alcune tradizioni subculturali, che resistono anche dopo la fine dei partiti storici e dopo il sostanziale arretramento di molti valori, simboli ed obiettivi teorici che di tali subculture costituivano il substrato ideologico. Il contesto territoriale rimane una variabile dalla quale non si può prescindere se si vuole spiegare la politica elettorale in Italia, anche se i nuovi fenomeni e i nuovi fattori esplicativi del comportamento politico, dalla personalizzazione del voto ai nuovi stili del «marketing politico», si associano ai retaggi subculturali, spostando talvolta anche significativamente le preferenze degli elettori anche 
nelle aree più stabili. È importante notare, in particolare, come il radicamento di forme di capitale sociale, e quindi, in senso lato, di una cultura politica di riferimento, rimanga una variabile cruciale per spiegare l’evoluzione del comportamento politico e, in definitiva, la qualità democratica in questo paese Almagisti 2008,
■ CONCLUSIONE. BIPOLARISMO E DE-ALLINEAMENTO, MA ANCHE CONTINUITÀ
Alla fine del convulso periodo di cambiamento dei primi anni ’90 il regime elet¬torale italiano ha potuto consolidare un modello bipolare che con le elezioni del 2008 si è costruito attorno al nocciolo duro di due grandi partiti a vocazione maggioritaria, ma al tempo stesso ha scoperto i suoi limiti. Il sistema partitico stabilizzatosi nel frattempo appare infatti significativamente frammentato, e presenta ancora più di un interrogativo sul suo possibile formato futuro, il che rende difficile ogni tipo di interpretazione a medio-lungo periodo. Proprio l’elevato tasso di instabilità e la frammentazione partitica, che si è ulteriormente palesata nel corso della XVI legislatura, rendono incerte le definizioni del futuro scenario. Una nuova riforma elettorale (pure annunciata e auspicata dalla maggior parte degli attori politici) risulta difficile da varare, per l’obiettiva distanza tra gli attori in parlamento. In definitiva, i partiti maggiori sembrano subire un’agenda dettata da attori meno significativi (la Lega nel centro-destra, Di Pietro nel centro-sinistra) e non riescono a met¬tersi d’accordo su un regime elettorale che non si prenda cura della tutela a ogni costo di tutte le minoranze. Questo sembra essere un destino o una condanna per quanto attiene le regole elettorali e i suoi rapporti con il sistema politico: dover sempre attendere tutti gli attori, per quanto minoritari, capaci di «ricattare» i decisori.
Anche gli altri aspetti del comportamento politico che abbiamo toccato in questo capitolo mostrano elementi rilevanti di mutamento ma anche evidenti segnali di continuità. Per questo risulta difficile «mandare in soffitta» classiche argomentazioni interpretative, per esempio la spiegazione del voto in termini di appartenenza o di influenza di determinati fattori sociali, nonostante i cambiamenti e i disallineamenti che hanno segnato gli ultimi anni. La stessa complessità subculturale del sistema politico italiano appare per molti versi in mutamento, ma per altri ancora persistente. Abbiamo usato, sulla scorta degli studiosi, termini volutamente soft come confini mobili, o aree neutrali o sfumate, per sottolineare come i mutamenti nel rapporto tra comportamenti politici e territorio siano suscettibili di attente valutazioni.
Come appare evidente, il rapporto tra gli italiani e la politica, e in parti¬colare quel concreto esito di tale rapporto costituito dal comportamento elettorale, è significativamente cambiato, e sta ancora cambiando. Ma gli elementi di continuità e i condizionamenti di natura storica e culturale che si frappongono al mutamento sono anch’essi palesi, tanto che molti dei 
nostri indicatori risultano stabili e talvolta addirittura riportano le misure di determinati indicatori che immaginavamo scomparsi ai livelli del passato. Questo non ci deve stupire: i tanti studi che abbiamo citato ci hanno avvisato della natura path-dependent di molti processi e dell’importanza dei fattori come la resistenza e l’inerzia.
Ma gli effetti più rilevanti e al tempo stesso imprevedibili sul piano della futura evoluzione del comportamento elettorale in Italia si legano al cambiamento sull’altro lato del mercato elettorale: quello dell’offerta. Su questo piano dob-biamo giocoforza usare il condizionale ed invitare il lettore ad «attendere gli eventi». Al momento in cui scriviamo, il processo di lancio di una forza che si propone come partito trainante del centro-sinistra è stato innescato. La nascita del Partito democratico, come molti sottolineano, potrebbe funzionare da cata-lizzatore anche per la coalizione opposta, e quindi avere conseguenze importanti sul comportamento elettorale. Ma la dinamica di semplificazione dell’offerta non significa certo un’automatica riduzione del quadro di frammentazione, né tanto meno può costituire un vaccino potente contro i rischi di deterioramento di un rapporto elettori-politica che oggi non è certo in condizioni migliori rispetto agli anni «peggiori» della crisi politica e morale.
PAROLE CHIAVE


PER SAPERNE DI PIÙ
ALMAGISTI, M. 2008, Qualità della democrazia. Capitale sociale, partiti e politica, Roma, Carocci. Il libro analizza le connessioni e le reciproche influenze fra le dotazioni di capitale sociale a livello locale e il sistema politico nazionale italiano, in una prospettiva storica.
BELLUCCI, P. e P., SEGATTI (a cura di) 2011, Votare in Italia: 1968-2008. Dall’appartenenza alla scelta, Bologna, Il Mulino. Una collezione di studi costruita sui dati e le ricerche del consorzio di studi elettorali Itanes (Italian National Election Studies).
DIAMANTI, I. 2009, Mappe dell’Italia politica. Bianco, rosso, verde, azzurro e... tricolore, Bologna, Il Mulino. Uno studio approfondito sul mutare della mappa politica italiana, incentrato sull’importanza del territorio come chiave di lettura del rapporto tra società, partiti e voto. D’ALIMONTE, R. e A. CHIARAMONTE (a cura di) 2007, Proporzionale ma non solo. Le elezioni politiche del 2006, Bologna, Il Mulino.
D’ALIMONTE, R. e A., CHIARAMONTE (a cura di) 2010, Proporzionale se vi pare. Le elezioni politiche del 2008, Bologna, Il Mulino. Gli ultimi due volumi della serie elettorale del Mulino, oramai dive¬
nuta una classica analisi dell’evoluzione dei fenomeni elettorali recenti: regole del gioco, temi della campagna, flussi di voto, offerta politica, strategie degli elettori e profili degli eletti.
MARAFFI, M. (a cura di) 2007, Gli italiani e la politica, Bologna, Il Mulino. Una raccolta di diversi studi dedicati all’evoluzione recente del rapporto tra cittadini-elettori e sfera politica in Italia. 

L'esecutivo. Da governi deboli e instabili a governi più forti e durevoli
■ SINTESI
Dopo la seconda guerra mondiale, così come era successo durante i primi decenni del XX secolo, il governo è stato unanimemente giu¬dicato uno dei punti deboli del sistema politico italiano. L’instabilità dei gabinetti, la debolezza dei presidenti del Consiglio, la mancanza di coordinamento tra ministri e tra ministeri, la tendenza a rinviare le decisioni importanti e la mancanza di coesione della maggioranza di governo in parlamento sono tutti aspetti ripetutamente messi in luce dagli osservatori e dai politici stessi nel momento della valutazione del rendimento dell’esecutivo. Per quel che concerne le cause di tutto ciò, gli analisti hanno diretto la loro attenzione o alle caratteristiche del disegno istituzionale o a quelle del sistema partitico.
Le proposte di riforma dell’assetto istituzionale del governo e i ten¬tativi concreti di correggere alcune delle sue più evidenti debolezze sono stati al centro di una crescente attenzione, visto che questo pro¬blema è stato sempre più percepito come un serio handicap per un buon funzionamento della democrazia italiana. Con gli anni ’80 hanno avuto luogo mutamenti organizzativi di una certa portata, ma è negli anni ’90 che, per effetto della profonda trasformazione del sistema partitico, le basi politiche dell’esecutivo hanno sperimentato una ri¬strutturazione di primaria importanza.
In questo capitolo esamineremo quello che era stato il disegno istitu-zionale originario, come esso aveva interagito con le mutevoli condi-zioni politiche e soprattutto qual è stata l’entità dei cambiamenti degli ultimi anni.
1. IL DISEGNO ISTITUZIONALE ORIGINALE
1.1. Il governo nella tradizione costituzionale italiana
Come abbiamo già accennato, l’istituzione governo ha trovato in Italia una menzione esplicita e una dettagliata regolamentazione nel testo giuridico fondamentale soltanto nel 1948. Il gabinetto, prodotto tipico della forma parlamentare di governo, era venuto in esistenza de facto e come risultato indiretto della nuova situazione politica e della costellazione di forze politiche generate dall’applicazione dello Statuto albertino, piuttosto che come una con-seguenza discendente direttamente e de iure da questa costituzione concessa (octroyée) dal re Merlini 1995 b Come in molti altri paesi europei, la prassi del governo parlamentare si era sviluppata in un contesto costituzionale che era stato concepito avendo in mente un altro modello di regime politico. L’Assemblea costituente si prefisse invece di definire con precisione la posi-zione dell’esecutivo rispetto alle altre istituzioni politiche centrali, anche con l’obiettivo di prevenire le grandi oscillazioni che esso aveva sperimentato durante il periodo dello Statuto . Il tentativo tuttavia di precisare, attraverso le disposizioni costituzionali, la posizione e il funzionamento del governo all’interno del sistema politico fu raggiunto solo in parte. La realtà ha seguito in buona misura il proprio corso. Ci sono almeno due spiegazioni di questo esito. La prima è che, come spesso succede, anche i costituenti italiani erano preoccupati essenzialmente delle esperienze passate che non desideravano ripetere, ma non erano in grado di prevedere i problemi del futuro. In parti-colare non potevano immaginare quale impatto avrebbe avuto il nuovo sistema partitico sulla struttura e sul funzionamento delle istituzioni democratiche che avevano disegnato. In secondo luogo, sulla questione del governo come su molti
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